Lo abbiamo chiesto ad un giurista eccellente, l'Avv. Francesco Capecci, che, con impeccabile precisione, ha svelato l'arcano della Cassa forense e Giovani avvocati...
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I giovani Avvocati sono – tutti – afflitti dal pagamento della Cassa forense.
Superato il limite di reddito previsto per l’iscrizione, il primo anno vengono
richiesti contributi eccessivi e per di più non rateizzabili.
Ma come
è possibile ciò? Quali sono i criteri utilizzati per il calcolo del “tributo
forzoso”?
Il criterio di calcolo del contributo è funzione dei minimi
reddituali previsti dalla Cassa e pari, per l’anno 2012, a € 10.300,00 di
volume IRPEF, su cui va calcolato il 13% (e sino alla concorrenza di redditi di
91.550,00 Euro) e a 15.300,00 di volume IVA, su cui va calcolato il 4% o
“integrativo”. Il contributo integrativo è in realtà strutturato secondo il
modello IVA, ossia è il cliente che lo paga al professionista che lo rigira
alla Cassa, ragion per cui non sono previste riduzioni, mentre per il
contributo soggettivo sino ai 35 anni vi è una riduzione del 50% ossia, in
luogo di un minimo soggettivo di (10.300,00 x 13% = 1.339,00) si pagano solo
669,50.
Detto questo, posso capire che un giovane professionista veda nella
Cassa una rapina a mano armata, perché mi toglie oggi per qualcosa che, se va
bene, prenderò tra 30 anni, ma questo è il sistema pensionistico delle Casse
Privatizzate, e quindi il concetto di tributo forzoso può starmi bene, ma è
chiaro che si tratta dello stesso sistema con il quale i nostri padri e/o i
nostri nonni hanno preso la pensione.
Il discorso, casomai, è che i soldi che oggi diamo tutti non servono
per pagare la mia pensione, ma vanno nel calderone delle entrate per essere poi
redistribuiti a tutti i soggetti che percepiscono dalla Cassa la pensione ; un
sistema contributivo stretto si ha solo per la pensione modulare, dove le somme
erano in un patrimonio separato, pensione modulare che sino al 2012 operava
obbligatoriamente nella misura del 1% e volontariamente per il maggior importo
; il minimo obbligatorio è stato soppresso perché è stato riassorbito nel
soggettivo (insomma non verso il 13 + 1 ma il 14%) per rispettare la stabilità
a 50 anni delle Casse Previdenziali.
In altri termini, e torno sul concetto di prima, i soldi di chi paga
oggi servono per pagare la pensione a chi oggi la percepisce, ma non sono la
garanzia reale della mia pensione futura.
E’
mai stata prospettata una via alternativa idonea a riportare il sistema a
maggior equità in modo da non gravare in maniera eccessiva sui neo iscritti?
Va detto che della Cassa Forense come “problema” sociale nessun
soggetto politico si era mai occupato organicamente sino alla Conferenza sulla
Tutela dei Giovani Avvocati tenuta dall’Aiga nella primavera del 2004 a Gardone
Riviera. Lì, per quanto a me noto, per la prima volta una associazione ha messo
sul tavolo i problemi dell’equità intergenerazionale, della stabilità
della Cassa, della Governance della
Cassa.
Equità intergenerazionale poiché il modello vigente permetteva di calcolare la pensione non
su quanto versato nella vita professionale ma solo su alcuni anni “i migliori
anni della nostra vita (professionale)” parafrasando Renato Zero. In
particolare il modello prevedeva in origine i migliori 5 degli ultimi 10 anni
(insomma dai 55 ai 65) poi i migliori 10 degli ultimi 15, insomma solo quelli
“buoni”. Il che voleva dire non versare o versare una bazzecola per tutta la
vita e pagare 10 anni (al massimo) per prendere cospicue pensioni.
E questo, da un punto di vista puramente attuariale, è una follia.
Va detto che il sistema oggi si è riallineato nel senso che la gran
parte degli anni di versamenti vanno considerati ai fini del calcolo della
pensione, essendo esclusi soli i peggiori 5 di tutti gli anni di contribuzione ma
vigendo il sistema del “pro rata” chi ha maturato un certo criterio di calcolo
se lo porta come “cadeau” sino alla pensione.
La stabilità della Cassa era (ed è) correlata al suicidio attuariale che denunciavo sopra.
Attorno al 2004 era stato pubblicato uno studio attuariale (il rapporto CERP)
che segnalava come la Cassa, secondo il trend vigente, sarebbe saltata a
cavallo tra il 2023 ed il 2027, ma questo studio era rimasto praticamente
segretato sino a quando il problema politico è stato messo sul tavolo in quella
occasione. E la risposta di alcuni potenti della Cassa è stato un maldestro
tentativo di “farsi amica” l’Aiga su cui, per carità di patria, sorvolo.
La Governance della Cassa aveva (e drammaticamente ha ancor oggi) a che fare con il fatto
che, in occasione della riforma dello statuto, lo sbarramento all’elettorato
passivo, che era di 5 anni di iscrizione, era stato portato a larghissima
maggioranza a 10 anni, ed ancora oggi è così. I reiterati tentativi dell’Aiga
di eliminare o quantomeno riabbassare a 5 anni la soglia sono falliti “forse”
perché l’età media degli 80 delegati era attorno ai 60 anni (oggi si è
abbassata grazie alla presenza di numerosi 40-50 enni eletti nelle liste dei
Giovani Avvocati) e tra essi un cospicuo numero, almeno un terzo, era
“pensionato”.
Colgo l’occasione per chiarire a tutti che il concetto di
“pensionato” che noi abbiamo non corrisponde con quello di pensionato per il
professionista, e sarebbe meglio parlare di percettore di pensione, visto che,
in caso di pensione di vecchiaia (che si maturava a 65 anni salvo lo
spostamento in avanti previsto dall’ultima riforma) il soggetto che percepisce
la pensione non è obbligato a cessare l’attività professionale, ossia
cancellarsi dall’albo, e, se per i primi 5 anni successivi il fatturato rileva
al fine della definitiva quantificazione della pensione, dopo questi 5 anni la
sua pensione è data e il collega continua a lavorare, sommando al reddito
professionale la pensione percepita.
Va detto e precisato comunque che su tale reddito si paga a fondo
perduto una quota di solidarietà, progressivamente innalzata dal 3 al 5 ed oggi
al 7% (per effetto dell’intervento del Ministero del Lavoro, non per scelta volontaristica
della maggioranza dei delegati), ma, dal punto di vista strettamente
macroeconomico, si tratta di un 7% di contributo soggettivo (14% pagato dagli
iscritti – 7% versato dai pensionati) che non entra in Cassa. E sono parecchi
soldi
Quale
potrebbe essere una alternativa “compatibile”, diciamo un giusto
compromesso tra la necessità della
previdenza obbligatoria futura e la tutela “qui ed ora” dei giovani avvocati?
Intanto una precisazione. Con la riforma dell’Ordinamento
Professionale (se va in porto, ho una colazione da pagare se ce la fa…) è stato
previsto all’articolo 21 comma 8 che l’iscrizione all’albo implica la coeva
iscrizione alla Cassa Forense e che (comma 9) in caso di mancato raggiungimento
dei minimi reddituali le somme versate saranno gestite con il sistema
contributivo, previa determinazione da parte della Cassa dei diversi e minori
minimi contributivi e dei casi di esenzione o riduzione dei contributi
Quindi, ed in parte, il sistema va a compromesso perché da un lato
tutti dovranno essere iscritti alla Cassa Forense, dall’altro avranno una
garanzia matematica che le somme versate saranno loro restituite. Questo
ovviamente non crea una “alternativa compatibile” in senso proprio, ma permette
da un lato di far pagare tutti, restringendo le sacche di elusione
contributiva, dall’altro garantisce che quanto è stato versato non sia vano,
sapendo però che versamenti miseri danno luogo a pensioni miserrime.
La soluzione potrebbe essere quella del passaggio totale al
contributivo, avendo però chiaro il problema del “pro rata” ossia che chi ha
maturato una certa quota ideale di pensione con una regola non può subire un
mutamento delle regole in suo danno. Sul punto la Cassazione si è, ed aggiungo
purtroppo, espressa reiterate volte e sempre nello stesso senso contro quelle
casse previdenziali private che, sfruttando la previsione dell’articolo 1,
comma 765, della “finanziaria 2006” avevano provato a modificare in senso
equitativo il principio del pro – rata per la sostenibilità, esattamente come
prevedeva la norma che citavo.
Sui sistemi di calcolo la Cassa è auto intervenuta in ennesime
occasioni, anche da ultimo, ad esempio rideterminando i coefficienti di calcolo
pensionistici (abbattendoli ad un tetto massimo dell’1,5% dall’1,75%
precedente) ma anche qui, come in tutte le cose, vige il principio del pro
rata, e quindi il sistema va in riallineamento in tempi drammaticamente lunghi.
Quale
soluzione è auspicabile?
Personalmente credo che alla fine moriremo tutti di contributivo
(già oggi per chi si è iscritto negli ultimissimi anni la differenza tra
contributivo e retributivo calcolato sulla quasi totalità degli anni è modesta,
come notavo prima), una soluzione potrebbe essere un sistema misto con una
quota “sociale” di pensione parametrata secondo criteri retributivi e, se
vogliamo, solidaristici, ed una quota applicata con stretti criteri
contribuitivi.
Il problema è che i nostri padri e zii ci hanno lasciato una
polpetta avvelenata (il debito pensionistico consolidato, ossia quello che
dovremo pagare domani con le regole di ieri ed i soldi di oggi) che è una
pesantissima zavorra per le nuove generazioni e che appare difficile rimuovere.
Quello che è per forza di cose non auspicabile ma doveroso è che le
nuove generazioni contribuiscano a superare l’atteggiamento che l’avvocatura ha
avuto nello scorso millennio verso la Cassa, cui faceva pendant l’idea di considerare
il voto per i delegati non una battaglia di contenuti ma una specie di elezione
suppletiva volta a rideterminare o controllare i rapporti di forza tra le varie
componenti consiliari dei grandi ordini. Non tutti i delegati erano così, tanti
erano così, e ricordo esperienze personali delle elezioni dell’ottobre 2004 in
Cassa Forense.
Credo sia arrivato il momento che i giovani da un lato “facciano un
casino che levati” appoggiando le battaglie di chi chiede di eliminare (e non
so se sarà possibile) o quantomeno ri-abbassare lo steccato per l’elettorato
passivo, anche con forme di protesta eclatanti stile “I’m not choosy, I can’t
choose at all” o il modo più efficace che venisse in mente, dall’altro che si
informino permanentemente su cosa avviene in Cassa Forense, e vadano a votare
non per chi sponsorizza la lista (alla Cassa si vota a liste bloccate con il
metodo di Hondt) o per chi ne fa parte, ma per i contenuti che quella lista
propone e cerca di portare nel “parlamentino” dell’assemblea dei delegati.
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